La famiglia affidataria – Lorinda Fasani Pecoraro

METTERE LA PROPRIA FAMIGLIA A DISPOSIZIONE DELLO STATO

Ma chi è la famiglia affidataria? È una famiglia che decide di aiutare un minore che si trova in difficoltà (fra tutte la più grande e dolorosa per un bambino: «non poter stare con la propria mamma!»), decide di farlo in Ticino (i minori sono tutti bambini residenti sul nostro territorio) e lo fa mettendo a disposizione del bambino e dello Stato la cosa più preziosa che possiede: se stessa! Il desiderio di aiutare un bambino è una ondizione di base indispensabile, ma di gran lunga non sufficiente. La famiglia interessata all’affido deve intraprendere un lungo percorso : primo colloquio in-formativo a domicilio e successivo corso in-formativo di quattro sabati mattina organizzati dall’Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie, con successiva raccolta di documentazione e presentazione della propria candidatura presso l’Ufficio dell’Aiuto e della Protezione, il quale procederà ad una valutazione di idoneità composta da cinque fino a sette/otto colloqui, dove vengono indagate tutte le aree di vita/personalità dei futuri genitori affidatari.  Dall’inizio alla fine del percorso passa almeno un anno, non sempre le famiglie che si presentano risultano idonee rispetto ai requisiti richiesti per poter svolgere questo compito.

La famiglia idonea che viene abbinata ad un minore porta avanti assieme a lui un percorso di vita  sicuramente molto profondo e appagante, quanto a tratti difficile e faticoso. Esiste una prima intensa fase di inserimento nella quale viene costruita una relazione di attaccamento tra la famiglia e il bambino, durante la quale famiglia e bambino devono  imparare a conoscersi sia sul piano delle abitudini, che su quello emotivo. La famiglia collabora inoltre con i Servizi e le varie figure professionali (assistenti sociali, tutori, curatori, psicologi, ecc.) che ruotano attorno all’affido e con i quali intrattiene regolarmente colloqui e riunioni di rete, spesso fissati durante la giornata lavorativa. Questi impegni si sovrappongono spesso anche al normale ritmo di vita del bambino (orari di scuola, attività sportive e sociali). Deve riuscire a gestire (certo non da sola, con l’aiuto dei Servizi) il rapporto con la famiglia naturale, che a sua volta vive la ferita dell’allontanamento dal figlio: nella pratica (decisioni riguardanti il minore, visite, telefonate, vacanze, ecc.), ma anche rispetto al bambino, che si trova costantemente confrontato ad una situazione di doppia appartenenza (famiglia naturale e famiglia affidataria), con forti ripercussioni sul piano emotivo, relazionale e comportamentale. Per questo progetto d’aiuto la famiglia affidataria mette in gioco tutta se stessa e tutto quello che può dare una famiglia: i propri spazi, il proprio tempo, i propri ritmi, i propri equilibri familiari che inevitabilmente vengono rotti per poi essere costantemente ricostruiti in modo funzionale alla situazione, i propri sentimenti e, per terminare, le emozioni che solo in una famiglia si possono vivere. Il bambino accolto in affido (la famiglia affidataria non detiene mai l’autorità parentale) rimane un bambino che «appartiene» allo Stato, al quale la famiglia deve costantemente rendere conto (rinunciando ad un’importante fetta della propria sfera privata) e con il quale deve sempre collaborare. Per alcuni tipi di affido e di minori si richiede che uno dei due membri della famiglia non abbia un’attività lavorativa, in modo da essere completamente disponibili. Il minore potrebbe rimanere per pochi mesi, pochi anni oppure rimanere fino alla maggiore età, dipende dall’evoluzione della situazione.

Quando l’affido fallisce (a volte succede) la sofferenza è grande per tutti, per il minore, ma anche per la famiglia affidataria, che ha investito a trecentosessanta gradi sul piano emotivo, fisico e temporale. Quando invece ha successo e il minore riesce a trovare un equilibrio emotivo e un proprio spazio rispetto al mondo, alla sua famiglia naturale e al vissuto in famiglia affidataria, la soddisfazione è grande e il risultato tangibile per tutti, anche per gli addetti ai lavori (Stato).

Concludendo, la famiglia disposta a mettere a rischio il proprio prezioso equilibrio ed affrontare quanto esposto sopra, per un ideale personale, certo, ma che in definitiva rende un grandissimo servizio allo Stato, dovrebbe sentirsi riconosciuta e sostenuta su tutti i piani da quest’ultimo, in modo che possa continuare ad offrire un servizo di qualità. In caso contario, lo Stato rischia di perdere delle risorse preziose e non rimpiazzabili: quello che può offrire la famiglia ad un bambino a livello affettivo, educativo, relazionale e come modello sociale non ha prezzo e soprattutto non può essere sostituito da nessun altra struttura o istituzione sociale, lo Stato dovrebbe esserne cosciente!

Lorinda Fasani Pecoraro, consulente sociale ATFA (fino 2015)